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Castania è
un antico borgo la cui data di fondazione è incerta, ma sicuramente
anteriore all'827, anno in cui le fonti archivistiche ne attestano
l'esistenza. L'impianto urbanistico è di età prenormanna, le sue
caratteristiche stilistiche e costruttive sono quelli di un organismo
urbano tardo medievale legato alle tradizioni contadine. Le tipologie
urbanistiche pervenuteci, che tramandano il modello di tipo agricolo, pur
mantenendo la connessione morfologica con l'impianto urbanistico più
antico, nella maggior dei casi, risalgono ai secoli XVI e XVII. Tre
opinioni discordi sono state manifestate sulla origine di Castania, tutte
e tre tendenti però ad accertarla antichissima, facendola rimontare ad
alcuni secoli prima dell'era volgare.
Rosario Scurria pretese che il nome di Castania fosse un corrotto e
sincopato di Castrum Aeneae, e voleva perciò ritenerla fabbricata
in onore dell'eroe troiano, da una delle tante piccole colonie che
ricoverarondosi in Sicilia dopo la distruzione di Troia, e volendo
avvalorare la sua opinione ricordò che uno dei casali dipendenti da
Castania nomavasi Scanio, nome forse dato da quella colonia in onore di
Ascanio figlio di Enea.
Il dottor Vassallo, alla sua volta, volle opinare che Castania sorse
nientemeno che sui ruderi di Calacta (bella costa); e, rimandando
ai posteri più felici investigazioni, sosteneva, senza l'autorità di
documenti, che il territorio cominciava allora dal Poggio Marco sulla foce
dello Zappulla, ed in bella costa, leggermente innalzandosi, si estendeva
fra le montagne.
Antichi eruditi castanesi, basandosi sulla costante tradizione, ed in
seguito alle loro investigazioni, asserirono che Castania fu fondata da
una colonia di greci venuta da Castania, città della Tessaglia, che oggi
fa parte dell'impero turco. Della loro opinione fu anche il Vassallo, che
disse ricordarsi sussistere in Castania moltissimi oggetti greci, ed
essere certezza di essere Castania antichissima e che vanti la sua nascita
pria dei tempi, in cui i romani, dopo la guerra punica, costrinsero i
siciliani a pagare in frumento il tributo che loro si doveva, come la
prima provincia di Roma.
Nel 734 a.C. la Grecia possente e popolosa mandò in Sicilia numerose
colonie. Siracusa diventata pure essa possente e popolosa, mandò colonie a
fondare altre città. Da Zancla uscirono colonie, che pria eressero
Milazzo, e poi si diressero sulle sponde del fiume Imera, ove sorse la
città omonima. Fu in una di queste epoche - domandansi quegl'investigatori
delle origini del loro paese - che fu fondata Castania?
La fortunata circostanza delle monete siracusane, che pochi anni or sono
si trovarono in un fondo della matrice, mentre veniva zappato dai
censualisti (quel locale un tempo era nella periferia dell'abitato), ha
dato anche occasione a ritenere che Castania sorse al tempo
dell'espansione siracusana, parecchi secoli A.C..
Il certo è che di Castania nessuna menzione trovasi tra gli antichi
scrittori, prima della dominazione dei saraceni. In tale epoca
(827) veniva scritta Quastania, ed aveva 1665 abitanti, cioè 466 musulmani
e 1199 cristiani.
Nel 1117 il conte Ruggero, con suo privilegio concesse Castania ad Abba
Barrese; e menzione di questa terra trovasi in seguito nel privilegio di
Nicolò arcivescovo di Messina per il monastero di Maniaci, dato nel 1174 e
nel privilegio del 4 ottobre 1302 dal re Federico, che per i servigi
prestatigli alla casa Lanza, concede a Corrado i casali di Castania,
Randacolo e Santa Marina (chiamata prima Scanio), insieme alla terra di
Longi.
Da Corrado Lanza Castania passò ad Ugone Lanza di lui figlio e da costui
fu venduta ad Eustachio Gregorio Taranto per onze 180 per gli atti di
notar Ferulo Vassallo di Messina, in data 4 maggio 1322, e la vendita fu
confermata l'anno stesso dal re Federico. Anche in detto contratto si fa
menzione dei tre casali di Castania. Randacolo, Rasipullo e Santa Marina.
Per la ribellione di casa Taranto, Castania ritornò al regio demanio, e re
Martino il giovane, nel 1393, la concesse a Bertrando Lanza, con Ficarra e
Longi. Questi si ribellò al re Martino e Castania ritornò nuovamente al
demanio sino al 1453.
In quest'anno (1453) Giovanni Gregorio Taranto si presentò supplichevole
al re Alfonso. Gli espose di essere erede di Eustachio compratore di
Castania, ne domandò la restituzione in integrum come era stata
accordata ad altri baroni, e gli fu concessa assieme alle saline di
Nicosia.
Giovanni Taranto morì senza figli e gli successe la sorella Margherita,
che maritandosi con Nicolò Paternò di Castania gli portò in dote Castania
e le Saline. Nicolò Paternò era padrone dei feudi di Acqua santa,
Cartolari e Barrilà, che da questo tempo restarono consolidati ed uniti
allo Stato di Castania. Già sin dall'anno 1449 per gli atti di notar Petro
de Medico di Palermo si era fatta la divisione della floresta della porta
di Randazzo tra Blasco Santangelo e Nicolò Paternò; spettò al primo
Eriarii, li Butti, la Floresta vecchia e Mangralaviti ed al secondo
Cartolari, Barrilà ed Acqua santa.
In questo tempo Corrado, abate del monastero di Fragalà e di quello di
Santa Marina, fu accusato dal barone di Castania Nicolò Paternò, di aver
trafugato in Fragalà le poche reliquie di Santa Marina, che erano rimaste
in Castania, dopo la traslazione a Catania del corpo della vergine
compaesana, e di aversi appropriata la elemosina di onze quaranta, che i
fedeli nell'anno 1464 avevano raccolto per la restaurazione del convento.
A Nicolò Paternò successe suo nipote Antonio Benedetto Paternò, che l'anno
1473 s'investì di Castania e feudi.
Morto senza figli Antonio Benedetto Paternò ebbe erede la sorella Grazia,
da alcuni chiamati Garita, che maritandosi con Tommaso Tornabene portò in
dote Castania con i feudi e le saline di Nicosia.
Da questo matrimonio nacque Nicolò Tornabene, che nel 1516 prese la
investitura, essendo presidente del regno il Di Luna.
Nel tempo di questo barone fu accusato l'abate di santa Marina, fra
Giovanni Calamia, de crimine lesae maestatis e di capo populo,
come si vede sui libri della regia tesoreria del 1517. Nicolò Tornabene,
non avendo figli e trovandosi in età avanzata sposò sua sorella Laura o
Grazia a Blasco Lanza, che prima gli tentava lite per lo Stato di Castania
e feudi. Convennero che Nicolò Tornabene sua vita durante fosse padrone
della terra, saline, creatore degli ufficiali ed altri diritti, ed a
Blasco rimasero i feudi ed altre aderenze, con la convenzione che, morto
Tornabene, il Lanza sarebbe divenuto padrone di tutto l'asse, come poi
avvenne.
Ugone Moncada vicerè a nome del re Ferdinando ebbe molto a cuore Blasco, e
perciò in quel tempo e sotto Carlo V, costui, nel 1538, ottenne grazie e
privilegi, compreso il mero e misto impero sopra Castania, feudi e saline,
e Trabia, per onze 433.10. Egli grato pei benefici ricevuti fu compagno
nelle turbolenti e tristi vicende del vicerè Moncada, e per salvarsi la
vita fuggì con lui nella famosa rivoluzione di Palermo. Andate male le
cose tutto gli venne revocato.
Da Blasco Lanza e Laura Tornabene nacque Cesare Lanza, che nel 1553 a 17
Maggio, per notar Giovan Paolo Monte da Palermo, vendeva Castania, feudi e
saline per onze 14000 a Giovanni Sollima, maestro razionale del real
patrimonio, il quale se ne investì lo stesso anno e ne divenne padrone.
Giovanni Sollima sposò Beatrice Marullo, da cui ebbe due figli: Pietro
Antonio e Cesare.
Pietro Antonio Sollima sposò Giovanna Marullo, premorì al padre a 23 anni
e lasciò due figli. Fu sepolto in urna marmorea nell'oratorio del Rosario
di Castania, sulla quale leggevasi il seguente epitaffio:
PIETRO ANTONIO SOLLIMA
IMMATURO FUNERE
JOANNES SOLLIMA PATER
MESTISSIME POSUIT
VIXIT ANNIS 23
OBIIT ANNO 1558
Pietro Antonio Sollima pria di
morire aveva costituito erede universale il primogenito Giovanni, che fu
detto iuniore, ed erede particolare il secondogenito Cesare. Venuto
a morte Giovanni Sollima seniore, avo, chiamò erede il nipote Giovanni
iuniore, figlio del fu Pietro Antonio, ed istituì sopra gli acquisti un
fede commesso agnatizio, chiamando sempre nella successione i figli
maschi, estinti i quali senza prole maschile dovevano entrare le femmine
con l'onore del nome, cognome e stemma gentilizio, che era formato da nove
vasi d'oro in campo bianco. Sino a questo barone nessuno aveva beneficato
Castania, ma egli, con testamento del 20 gennaio 1559, in notar Giuseppe
Fugazza da Palermo, lasciasse molti legati.
Giovanni Sollima iuniore successe all'avo e se ne investì di Castania ed
aderenze il 5 luglio 1570. Sposò Giovanna Statella, da cui ebbe tre figli:
Giovan Pietro Antonio, primogenito, Cesare secondogenito, e Laura. Morì
decapitato il 9 luglio 1586 e restò tutrice dei minori la moglie, che addì
11 novembre 1586 fece l'inventario ereditario per gli atti di notar
Valentino Caleò da Castania. Fu da lei dato a Francesco Lo Giudice,
vincitore di una lite, per rendimento di conti dovuti da Giovanni Sollima
seniore, il feudo di Barrilà e si obbligò di pagare il restante tutorio
nomine.
Arrivato in età maggiore il primogenito Giovan Pietro Antonio Sollima, nel
1590, sposò Maria Spucches, e con la di costei dote ricomprò Barrilà e
pagò altri debiti, obbligando quindi alla moglie i suoi beni ereditari.
Giovan Pietro morì annegato e senza figli a 15 dicembre 1590, vicino la
chiesa di Piedigrotta in Palermo, nella venuta del vicerè don Diego
Enriquez, e gli successe il fratello Giovan Cesare Sollima, che s'investì
dei beni ereditari il 13 dicembre 1591. Trovando questi molto avviluppata
l'eredità pensò di sposarsi e con la dote della moglie riparare alla
meglio. Fu da lui ceduto a Girolamo Bavera il diritto di reluire Castania,
per gli atti di notar Geronimo Russitano da Palermo, addì 7 maggio 1596, e
la ricompra venne fatta il 9 dello stesso mese.
Contrasse matrimonio con la figlia dal Bavera, Antonia, che gli portò in
dote onze 14000, con la quale somma pagò il suocero ed altri creditori, e
si mise quindi in possesso di Castania, che venne ipotecata alla dote
della moglie. Questa morì senza figli e perciò l'eredità si trovò in un
nuovo inviluppo ed in grande confusione. Non si perdè di coraggio il
vedovo Giovan Cesare Sollima, e sposando in seconde nozze Agata Perna di
Giuseppe con la dote di lei riacquistò Castania. Dalla seconda moglie ebbe
un figlio che chiamò Giovan Giuseppe Sollima, il quale fu marito a
Francesca Di Gregorio e fu il primo marchese di Santa Marina. Questi morì
nel 1671 in Castania in età di anni 40, senza figli legittimi e nominò suo
erede universale suo fratello Nunzio; nato da Antonia Vivaja, terza moglie
di suo padre Giovan Cesare Sollima.
Giovan Giuseppe Sollima, primo marchese di Santa Marina fu molto benefico
a Castania. Nel suo testamento rogato da notar Vincenzo Caleò da Castania,
in data 17 ottobre 1671, lasciò onze quattrocento per la formazione di un
peculio frumentario a sollievo dei poveri; legò alla chiesa madre un fondo
grande chiamato Valledoro, per celebrazione di quattro messe quotidiane;
onze duecentocinquanta per la cappella in marmo a Maria SS. del Rosario,
ed ordinò in che essa fosse sepolto. Lasciò molti altri legati e si
ricordano moltissime beneficenze da lui fatte in vita.
Aveva egli preveduto nel suo testamento il caso del suo erede universale
ove mai costui fosse morto senza figli ed ordinò che in tal caso doveva
succedere sua sorella Francesca, maritata con Alessandro Galletti dei
principi di Fiume Salato. Nunzio Sollima, successo nell'eredità, non
credendo conveniente ritenerla, rinunziò alla sorella i suoi dritti sopra
Castania, ed il marito di lei Alessandro Galletti, giureconsulto, si pose
con la moglie in possesso della rifiutata eredità che tramandarono ai
discendenti. Da questo matrimonio nacque Pietro che, per la condizione del
fede commesso fatto da Giovanni Sollima seniore, prese il nome di Giovan
Pietro Sollima e Galletti che trasmise ai suoi discendenti. La madre
Francesca Galletti e Sollima, quantunque vedova, aveva comprato dalla
regia Corte, nel 1683, il mero e misto impero sopra Castania e feudi per
onze duecento. Giovan Pietro Sollima e Galletti se ne investì alla morte
della madre. Sposò Vittoria Gaudioso e Bellacera, che gli portò in dote il
villaggio Castanea di Messina.
Da Giovan Pietro Sollima e Galletti e Vittoria Gaudioso nacque Giovan
Alessandro, che ebbe in moglie Melchiora Corvino, con la quale procreò
Giovan Pietro, che sposò una Spadafora, da cui nacque Giovanni Alessandro.
Giovan Pietro in tempo di carestia distribuì ai castanesi tutto il
frumento che avea in magazzeno ed altro ne fece importare dall'Egitto;
ordinò che si macellasse tutto il bestiame e si desse alla popolazione
senza distinzione; dispose che si scrivesse ogni esito al libro di
credito, per riscuotersi al futuro raccolto da quelli solo che potessero
pagare, e venuto a morte condonò ai castanesi il loro dare.
Il di lui figlio Giovanni Alessandro prese in moglie una di casa Colonna,
dei principi di Fiumedinisi, da cui ebbe due femmine ed un maschio per
nome Giovan Pietro. Giovan Pietro Sollima Galletti prese in moglie Anna
Ventimiglia dei marchesi di Geraci, da cui ebbe due sole figlie, senza
maschi. Di queste una morì educanda nel monastero di Monte Vergini di
Palermo e l'altra si sposò con uno di casa Moncada, conte di San Pietro. I
beni che i baroni possedevano in Castania furono venduti all'avvocato Di
Vincenzo, meno il fondo della Grazia, che passò a casa De Luca.
Liberamente
tratto dal "DIZIONARIO ILLUSTRATO DEI COMUNI SICILIANI A CURA DI FRANCESCO
NICOTRA E PUBBLICATO DALLA "PALERMO SOCIETA' EDITRICE" NEL 1908." |